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Dai cantastorie agli artisti di strada

Dal Cd/Book L'asino il leone la colomba:

Nel dopoguerra questi ambulanti, sopravvissuti a vent'anni di dittatura fascista e sette anni al fronte, si sono trovati a dover competere con la televisione, i giornali, con le mode musicali, perdendo il ruolo che veniva loro attribuito ancora prima della guerra, come ricorda Adelmo Boldrini:

ADESSO LA MUSICA E VIZIOSA!

"Adesso la musica è diventata viziosa. Adesso guardi, ci spiego una cosa: mi ricordo che una volta fermarsi uno solo sul marciapiede col mandolino uno fermava la gente. In seguito ci siamo il mandolino è sparito, fisarmonica, batteria, qualche donna, l'altoparlante e tutti in totale non riuscivamo più a fermare la gente. Perché la gente è viziata di tutta questa musica moderna"

UNA NICCHIA DI MERCATO

Tutti questi fattori hanno contribuito alla mancata formazione dei nuovi operatori e al vuoto che s'è creato nelle piazze in pochi decenni; un vuoto che, avendo lasciata aperta una nicchia di mercato, ha favorito il consolidarsi di una nuova categoria  nota come 'artisti di strada' che fin dagli anni '70 ha iniziato a rivendicare un'eredità culturale nelle arti popolari; per circa vent'anni i cantori del passato hanno cercato di sopravvivere nelle rassegne organizzate dalle associazioni e dai comitati paesani, mentre i giovani occupavano man mano gli spazi rimasti liberi nella piazza portandovi la loro cultura da avanspettacolo e le loro modalità di intrattenimento.

TRADIZIONE E INNOVAZIONE

CRONACA DI UN RIFIUTO

Tra gli anni '80 e '90 si è verificato infine un vero e proprio scontro, dove i rappresentanti della tradizione e quelli dell'innovazione non hanno trovato argomenti in comune per costruire un dialogo e sono entrati in contrasto; questi fatti si sono verificati sotto gli occhi esterrefatti di etnomusicologi che nulla potevano di fronte all'indifferenza da parte dei giovani per quei 'vecchi rimbambiti', come testimonia Bruno Pianta

BRUNO PIANTA A SANT'ARCANGELO

"Mentre in altri campi teatrali o museali o letterari, chi si identifica con una tradizione cerca ovunque di informarsi e di imparare quella tradizione (la Commedia dell'arte, il teatro giullaresco, la poesia provenzale  o il blues) ho sempre avuto la sensazione che i 'nuovi' cantastorie nutrano una sublime indifferenza per i loro predecessori, a cui sostengono di ispirarsi. Le intemperanze mie che Stefanati ricorda nei miei interventi a Sant'Arcangelo di Romagna, erano dovute esattamente allo scontro con  il muro totale di disinteresse che i nuovi (e allora giovani) cantastorie presenti in sala ostentavano per i vecchi: vedevo due mondi che non comunicavano e un implicito "ma questi chi sono e cosa vogliono" da parte dei nuovi. E a conforto dell mia impressione, mi ricordo l'intervento di un tedesco che, a commento di un documentario che avevo mostrato su Callegari, i Cavallini e Ferrari, mi aveva chiesto letteralmente perché diavolo avevo fatto vedere quella roba sostenendo (lui) che quei cialtroni non erano veri cantastorie. E nessuno lo ha buttato fuori a calci". (Continua)