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32. Polvere di stelle

Avevo tutto, ma non bastava. Potevo pubblicare un disco all'anno e venderne un mezzo migliaio di copie a chi si fermava sotto il portico. Suonavo dal vivo un paio di giorni alla settimana, la mattina in qualche mercato della frutta, pomeriggio in piazza. La paga d'un operaio, il tempo libero d'un pensionato. Battevo le strade intorno alla via Emilia tra Parma e Forlì, la direttrice verso Padova con puntate a Venezia e Treviso, il Brennero coi suoi benestanti e generosi capoluoghi. Città come Torino e Milano coi loro mercati di quartiere. L'Aurelia da Grosseto a Viareggio tiravo di scherma coi vecchi in ottava rima, s'imparavano un sacco di cose. Perugia una volta l'anno per l'Umbria Jazz, in Puglia per le vacanze estive. Ogni tanto qualcuno mi chiedeva l'originale d'uno dei miei nastri che aveva copiato da un amico, perché in negozio non si trovava. Se pensavo ai libri di Jack London che erano stati prodotti in tirature da un migliaio di copie l'uno, di cosa potevo lamentarmi? Avessi avuto solo un po' di pazienza, bastava riprodurre il metodo. Funzionava. Il caso volle diversamente. L'invidia, una brutta bestia: "Sei bravo ma nessuno si ferma" quel suonatore di bottle-neck m'ispirava pochissima fiducia, ma aveva più esperienza di me. Lucignolo ripete due o tre volte davanti a un bicchiere di vino rosso l'infamante osservazione. Nessuno si ferma. Un tarlo che si pianta in testa, passa e ripassa. Tin! Moneta. Poi spariscono. L'ansia morde in gola, l'inizio ti senti brutta là fuori passeggi nessuno ti guarda; sculettare non serve, il tacco dodici affatica e deforma il piede. Forse innamorarsi non basta, la mia vicina si sbagliava. Ero perfettamente autonomo, portavo in giro pubblicazioni che nessuno si sarebbe mai sognato di poterci campare, ma da quel giorno iniziai a sentirmi nudo. Mi vergognai come Adamo nel giardino delle meraviglie. Nessuno si ferma. Perché la strada è poi anche questo, se inizi a cavalcare l'onda vuoi salire sempre più in alto e far le piroette, non ne hai mai abbastanza. La misura del tuo prestigio è variabile sulle prime non capivo, quel suonatore mi scherniva minando le poche certezze che avevo conquistato a fatica.

Provo ad arrampicarmi sul fumo della sigaretta, sento le unghie strusciare contro un vetro immaginario. Non credo a quel che dico. La musica è un soprammobile, vedi quel pianista davanti alla gelateria tiene basso il tono della voce per non disturbare i clienti. Mi lascio prendere dall'entusiasmo, la lingua s'infiamma, le parole s'infrangono sopra lo scoglio d'uno sguardo sottile, impassibile, invidioso. Lucignolo conosce il fatto suo, le mie convinzioni vacillano. Sempre meno entusiasmo. A me non piace suonare sulle basi, preferisco studiare delle parti complete sul mio strumento; qualche ristoratore mi prende nel suo locale, sai? Ho vinto dei concorsi, m'invitano in radio, alla televisione. L'altro sorride con malizia, sa d'avermi ferito nell'orgoglio. Guarda in basso non dice nulla per rafforzare il mio smarrimento. Mi crolla il mondo in testa, vorrei nascondermi... Che dovrei fare? Non si fermano perché suoni cose troppo impegnative. Ho il cuore fra i denti. Applausi o fischi, ma l'indifferenza no. Se non riesci a tenere un pubblico non puoi prenderti gli ingaggi migliori, cinque dieci volte quel che guadagni a piazza morta più l'albergo, il ristorante, qualche volta il viaggio. A quell'età la polvere di stelle è un richiamo fortissimo. M'abbagliò come una stella cometa, mi sedusse come il canto delle sirene. La poesia è fragile come uno stelo d'erba mosso dal vento, se smetti di crederle dissolve come una boccata di fumo. Tenere il pubblico diventò un'ossessione. Avevo dato fuoco alle polveri, per andarmi a infilare sotto il giogo d'un altro show-business, più misero e più spietato del primo. Un teatro da quattro soldi. Niente fu come prima da quel giorno. Avevo perso l'innocenza. (Continua...) 

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