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33. La maledizione del cerchio

E' la posizione naturale degli uccellini intorno a San Francesco, la forma del teatro greco, la 'O' di legno della Regina Elisabetta. L'assemblea della Comune di Parigi, la tavola di Re Artù. Le persone si riuniscono in cerchio se devono convergere verso uno stesso punto, equidistante dai lati. Le tombe degli apostoli intorno all'Imperatore Costantino. Per la strada si forma  un assembramento se avviene un fatto insolito, una cosa qualsiasi. Basta fare il morto  li hai tutti intorno, il problema è semmai tenerli: puoi coprirti di luci colorate, sputare il fumo dagli orecchi, il fuoco dalla piva, i petardi sul berretto, stupire con numeri da fantascienza. Per i cantastorie il problema non si poneva, fermarsi ad ascoltarli era il solo modo per sapere le notizie: appena ti vedevano in piazza, accorrevano subito se ti conoscevano. Poi tu segnalavi la presenza fermandoti a parlare con due o tre persone, mostrando un mazzo di carte, facendo qualche suonata da ballo, dando prova di virtuosismo allo strumento. Raccolta la folla, potevi cantare e spiegare il fatto senza dover ricominciare dalla chiamata alle arti. In piazza c'era un momento per la Migliavacca, uno per la contorsionista o lo sputafuoco, uno per la parola cantata. Chi sapeva improvvisare i versi era un maestro di scena, metteva insieme le squadre, introduceva gli artisti e poi vendeva le pubblicazioni: lui prendeva la metà sul prezzo di copertina, gli altri si spartivano il resto. Un procedimento rimasto quasi invariato per mezzo millennio, dall'invenzione della stampa. Oggi è diverso, la gente non vuole divertirsi, vuole farsi divertire consumando il tempo libero senza starci troppo a pensare, come farebbe con qualsiasi altra merce. Avevo scelto la strada per evitare la censura preventiva di un'industria culturale tesa inutilmente verso lo stupore, la meraviglia, l'assenza di contenuti. Mi ritrovai ad assecondare questa morte del senso critico, per seguire la stessa logica a cui ero pur convinto di volermi sottrarre. 

La parola scritta o parlata è inesorabilmente in secondo piano, giocolieri e spacca-catene pensano di poterne fare a meno, il teatro di strada è per lo più muto: si parla soltanto per scandire le diverse fasi del numero, o per chiamare l'offerta in denaro. Angeli ribelli. Abituati al linguaggio della televisione, dove l'immagine viene prima e talvolta sopra ogni cosa, in un mondo caotico dove il rumore di fondo è sempre molto alto e la concentrazione va a singhiozzo, basta tenere in aria quattro cinque palline, due birilli infuocati, e vedrai qualcuno si ferma, verranno a darti la mancia pure se non hai nente da vendergli. Non importa che il numero sia di qualità, che abbia la giusta durata, uno sviluppo dall'inizio alla fine: non serve dica niente a nessuno, anzi più è breve meglio ti consente di guadagnare. Gonfio il cappuccio, più non si richiede. Le pubblicazioni diventano una spesa inutile, non sono strettamente necessarie. La gente fa il cerchio in piazza come intorno all'arena del circo; niente di male in questo, ma la figura del maestro di scena è implosa in quella del buffone. Niente di serio sotto il sole. Le parole disturbano, tutto è delegato all'immagine. Non si commentano quasi mai le notizie, c'è anzi da stare attenti perché il conflitto sociale è altissimo e puoi ritrovarti un coltello alla gola girato l'angolo. Uno che gli saltano i cinque minuti finisci subito in questura. Per questo dopo gli anni cinquanta ritennero più saggio confinare i cantastorie nelle riserve delle sagre paesane. Commentavano l'attualità, ma per il questore facevano comizi non autorizzati. Disturbavano. Radunare un treppo adesso non è difficile, basta fare il pazzo. Scherzare sulle debolezze di chi hai davanti, la calvizie, la misura degli attributi, il cane che abbaia, il bambino meravigliato, il campanile che suona, l'aereo che passa. Tutto è ridotto a incidente. Non serve fare della satira, non paga la buona musica. Brani lunghi e ripetitivi che diano l'impressione del virtuosismo scenico, anche se poi sono degli esercizi da secondo anno di conservatorio. Non ero venuto qui per fare il pagliaccio, ma non potevo sottrarmi alla sfida. A quell'età il guanto si raccoglie. Così cambiai mestiere, in pochi mesi diventai un abilissimo domatore di folle. Ma per sette anni non ho più scritto una canzone (Continua...).

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