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37. Ulisse e le Sirene

Ulisse era un gran figlio di buona donna spavaldo cogli dèi criminale cogli uomini, perché l'incendio di Troia fu una carognata diciamolo pure; non voglio perdere tempo a elencare i suoi malestri, parliamo delle Sirene. Pur di violarne l'intimità, quell'idea di farsi legare all'albero maestro della nave, ordinando ai marinai di non obbedire all'ordine di scioglierlo. Perverso, ma geniale! La ragione che inganna l'istinto, una rinuncia consapevole alla sovranità sul sé. Chi ascolta il canto delle donne alate perde il senno, si getta in mare, affoga tra le loro braccia, viene smembrato e sepolto sull'isola. Se però non sono padrone del mio corpo, se qualcuno m'incatena a un palo, vedrai me ne sto nelle mie scarpine! Povere Sirene si uccisero dalla vergogna, rimasero pietrificate come scogli. Ulisse ha vinto la passione, ha ingannato persino sé stesso. Ma è sopravvissuto alla propria incoscienza... Così pensai nauseato da quell'arte bastarda che m'aveva sedotto, domare le folle, manipolare i sentimenti. Platone non ce l'aveva colla finzione scenica, ma colla falsità degli ipocriti! Dovevo trovare il modo per ingannare me stesso, legarmi alla volontà di qualcuno che fosse più potente di me, più saggio di me, che mi volesse bene abbastanza da non desiderare la mia rovina. Qualcuno che non mi guardasse negli occhi mentre cantavo, che disprezzasse i miei difetti e non si facesse scrupolo di dirmelo. Un vero amico, insomma. Che mi prendesse a schiaffi se la combinavo grossa, ma non per invidia, non per vendetta, non per insofferenza. Una sberla d'amore ha il suono inconfondibile di chi gli piange il cuore nel dartela. Non può essere un coscritto, manca d'esperienza. Una o due generazioni devono esserci fra te e l'amico del cuore.

Non basta però, il prezzo da pagare è molto più alto perché atrimenti vorrebbero fare tutti il tuo mestiere, allora che ne sarebbe dell'industria? Chi mai coltiverebbe la terra? Come può sopravvivere una civiltà di soli saltimbanchi? La verità è che devi essere più onesto degli onesti, più povero dei poveri, non puoi condurre un'esistenza dissoluta, non puoi darti al vizio. Mi svegliavo col sole, passavo il tempo libero in biblioteca a studiare, scrivere, comporre. Poi magari non pubblicavo, ma c'era sempre qualche novità nella ricerca sul suono, sulla musica, sul verso, dietro ogni spettacolo intuivi il tempo di lavorazione per la raccolta dei materiali, per la strumentazione, per l'allestimento. Una produzione, insomma. Le maledizioni s'inchinano alla virtù, ma la virtù non è un trucco. Per questo l'importante è ritornare. E volendo farla ancora più pulita iniziai fin da subito a costruirmi un canale attraverso cui testimoniare i meccanismi della manipolazione: la legge non può impedire al mercante disonesto di venderti mutande sporche, ma tu puoi riconoscerlo e svergognarlo! Quando ancora la realtà del virtuale era terra di nessuno, i gruppi di discussione si nascondevano sulla rete Usenet e richiedevano dei programmi apposta per potervi partecipare, iniziai a compilare una lista personale di contatti, ne facevano parte giornalisti, professori dell'università, ricercatori, studenti, artisti d'ogni levatura, divi del cinema e della televisione, braccianti e casalinghe, operai e artigiani. In pochissimo tempo mi trovai a corrispondere con esperti del settore in ogni parte del mondo. Fu la mia salvezza, credo. Non tanto per il valore in sè della rete, sapevo bene che il mezzo è il messaggio e non si può far l'amore per difendere la verginità... Ma per quello che rappresentava, dimostrare che sei in buona fede può salvarti l'anima. Potevo arricchirmi, non l'ho fatto. (Continua...)

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